miraggio Zanzibar

Rompo il ghiaccio iniziando da qui, solo perché è l’ultima destinazione visitata.

Provati dall’ennesimo trasloco, decidiamo all’ultimo secondo di partire per una boccata d’ossigeno. Fuori giornate di grigio e pioggia, l’autunno avanza, e il sito di Yalla-Yalla da giorni mi fa l’occhiolino dal pc. Non resistiamo, e 48 ore prima della partenza scegliamo come nostra destinazione Zanzibar, dal persiano zang-i bar,”terra dei neri”. Come sempre noi tre, nanetta quattrenne al seguito.

Il charter Blue Panorama non è certo dei più confortevoli (un eufemismo), spazi minimi, pulizia pochina, servizio low-cost e low-level… dopo 8.30 h di volo scendiamo all’aeroporto dove ci accoglie la calura zanzibarina e un bancone di verifica documenti da film, ritirano insieme tutti i passaporti e le tasse di ingresso, e poi un poliziotto espone sul vetro a caso, uno alla volta, i passaporti per il ritiro con la foto in bellavista, tu vedi se è la tua faccia e lo prendi…in un bordello generale di incredulità. Direi che ora capiamo di essere in Africa

Non è una settimana di puro viaggio perché il nostro obiettivo è il riposo, sole, mare, nuvole, cielo, niente scarpe, niente televisione, niente internet, niente cellulare… anche se io mi conosco e so che qualche giretto lo faremo, ma non pretendo di essere esaustiva su questo arcipelago, è solo una breve finestra. La nostra direzione è il nord, in un’oretta di pulmino si raggiunge Nungwi dove tra strade asfaltate e strade scassattissime arriviamo al resort che ci ospiterà.

Miraggio Zanzibar

E qui la boccata di ossigeno ha inizio, un gran bell’inizio.

Chiudete gli occhi e immaginate un miraggio, calette di sabbia finissima e compatta simile a borotalco, bianco e accecante, intervallate da rocce basse coperte di vegetazione tropicale. Acqua trasparente e cristallina, sfumature cangianti di ora in ora con le maree. E ora noi ci siamo dentro. Mollare le valige in camera, infilarsi un costume, e fiondarsi in acqua è un attimo… galleggiare baciati dal sole in cotanta meraviglia…diciamolo, non farà bene al portafoglio, ma è tanta tanta tanta salute!!!

Il primo giorno è di “decompressione”, passeggiare scalzi è un toccasana, mollare gli aggeggi elettronici da cui siamo tempestati pure, dedicarsi alla scoperta dei dintorni, respirare il mare senza troppi programmi e cenare la sera sotto un immenso makuti di fronte alla spiaggia ci permetterebbe in teoria di godercela un po’. Se non fosse per un dettaglio che non ti aspetti in questo paradiso.

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Appena metti piede vicino alla spiaggia c’è “l’assalto” da parte dei beach boys. Chi sono? Ragazzi locali che cercano di sbarcare il lunario coi turisti, e così ti trovi in mezzo, volente o nolente, a chi cerca di smerciarti statuette di ebano, collanine, portachiavi, creme miracolose a base di aloe, abbronzanti a base di cocco, nomi incisi nel legno, parrucchiere per le treccine (a cui sottopongo subito la nana), venditori di escursioni di tutti i tipi, commercianti che ti invitano alla loro bancarella, proprietari di scimmiette, venditori di conchiglie… la spiaggia per loro è lavoro, tu cerchi il relax e loro ti tempestano … all’inizio, sarò sincera, manca l’aria e non ne puoi più, poi piano piano impari a conoscerli e a capire che fanno parte integrante di quella realtà, i turisti sono una delle poche fonti di reddito, anche se comprano una stupidata, e appena mettiamo il piede fuori dal resort iniziamo a capirne il perché.

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Mohamed ci accompagna all’interno dell’isola alla scoperta delle piantagioni di spezie di cui ancora oggi Zanzibar è produttrice ed esportatrice sul mercato estero. Inizia una lunga giornata in cui l’impatto è forte, una strada principale attraversa l’isola e la prima cosa che si nota è proprio lei, la strada. La strada è vita qui.

Decine di villaggi, niente di più che una scuola ed un pugno di capanne di fango e legno, tutti allineati lungo la strada, col tetto in makuti o con lamiere arrugginite, poche in muratura di mattoni e nessuna finita. E’ un via vai di carretti trainati da muli, zebù affaticati, dala-dala (autobus locali) stracarichi di persone dentro e fuori, macellerie con la merce in bella mostra al sole, venditori di frutta fresca e una miriade di ragazzi e bambini, gente che cammina, chi con le ciabatte chi a piedi nudi, ovunque uomini seduti, forse in attesa del domani. Senza niente altro che il tempo, quel tempo che scorre lento o, come direbbero loro, pole pole. La miseria colpisce, come uno schiaffo, ma l’impressione è di un equilibrio tutto loro.

Al centro dell’isola ci sono le piantagioni di spezie, e allora via a scoprire l’albero del pepe nero, il cardamomo, lo zenzero, il ginger, i chiodi di garofano, la noce moscata, la vaniglia, la citronella, i semi del caffè, la cannella, il cacao.. per capire come e dove crescono, la nana si diverte come una matta e vuole vederli, toccarli e assaggiarli tutti. Per poi passare alla frutta tropicale e vedere come cresce, quando viene raccolta ed è pronta per essere mangiata, mango, banane, noci di cocco, ananas, jake fruit. Ultime le piante rare come l’ henna, l’albero profumato chiamato ylang lang e l’ anator.. ma la sorpresa finale è la mimosa pudica, fedele al suo nome, piantina dalle foglie sensibili al tatto…. non gradisce essere toccata e reagisce chiudendo una a una le sue foglioline a pettine. In un minuto la nana ha fatto chiudere tutte le mimose pudiche della zona, troppo bello come giochino!

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Altra umanità si incontra camminando sulla spiaggia. Le barche in secca dei pescatori, donne indaffarate nella raccolta di alghe, ragazzi che dipanano con pazienza le reti da pesca e cercatori di vermi, bimbetti che scavano nella sabbia decine di buche alla ricerca del vermone da portare ai padri sulle barche, costruttori di dhow, grandi reti azzurre stese al sole. E’ qui che, durante la bassa marea, inizia lo spettacolo di azzurri e verdi, e si trovano decine di stelle marine rosse appuntite come corazze, coralli e conchiglie esotiche, paguri e granchi… insomma per la nanetta un paradiso (e anche per noi).

Piccolo inconveniente, un serpentello fine verde sgargiante, prima passa davanti a me e balza su un albero, io stranamente non mi scompongo, siamo in Africa… avverto i masai di guardia, vedo che confabulano e partono con dei bastoni lunghi e stretti alla ricerca, mi dicono di non preoccuparmi. Mezz’ora dopo. La nana sta tornando con suo padre dal bagno in mare, scale la scala e caccia un urlo tipo film dell’orrore!!! Purtroppo il serpente passa a un metro da lei, i masai vedono l’albero dove è saltato, gli fanno la posta coi loro bastoni e alla fine lo coppano… salta fuori solo dopo che era un eastern green mamba, dall’aspetto elegante e fine, piccolo ma parecchio velenoso

L’indomani si va a Stone Town, la “capitale”, mescolanza di stili tra cultura bantu, araba, persiana, indiana. Passiamo con Omar, in arte il Gigante, attraverso il centro storico, i suoi mercati del pesce e della frutta, il Palazzo delle meraviglie, l’area dell’antico mercato degli schiavi, il lungomare.

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Assaporiamo le anguste strade del centro, gli affollati bazar, gli splendidi portoni lignei intarsiati, gli intensi odori, l’aria polverosa, la concentrazione dei giocatori di domino in piazza, il senso di decadenza generale. In questi vicoletti ci infiliamo in vari negozi e ci perdiamo in contrattazioni assurde, ma gustosissime e finiamo la giornata all’African House, una terrazza ristorante dal sapore coloniale dove l’unico arredo sono le grandi tende aperte sul tramonto e le vecchie lanterne accese, una chicca.

La sera riserva un’altra sorpresa, 30 masai danzeranno insieme… certo uno spettacolo “turistico” non in mezzo a pastori nomadi nella savana tanzaniana, lo so, ma appena cominciano il silenzio è d’obbligo: figure nobili e filiformi, vestiti di teli di cotone a quadri – gli shuka – con i colori predominanti rosso e nero, sandali di cuoio, braccialetti di legno e perline in segno di saggezza, cantano tutti a cappella, senza strumenti musicali, iniziano le danze, una serie di salti rituali fatti a turno dagli uomini. Ritmo frenetico, cori assordanti e incredibili vibrazioni e rotazioni del torace. Mostrano la loro forza facendo altissimi salti a piedi uniti e noi assistiamo ammutoliti all’espressione corale di gioia, forza, e rispetto che emanano tutti insieme.

Il giorno dopo ingaggiamo i proprietari di un dhow, tipica imbarcazione a vela triangolare, per fare un giro in barca, scoprire un po’ di Zanzibar dal mare, fare snorkeling e magari vedere qualche delfino o tartaruga, frequentatori assidui di questo mare (ma non siamo così fortunati, solo spiaggione, lingue di sabbia e una barriera corallina discreta, ma niente a che vedere con Mar Rosso, Maldive o Australia), la vela appena partiti viene issata a braccia, tra un mango e un ananas aperti sul momento. Il pomeriggio decido di farmi un giro al villaggio di Nungwi, la nana dopo aver visto i bambini locali mi ha detto “mamma, hai visto quei bimbi, hanno solo una canottiera e neanche le scarpe”, così insieme abbiamo fatto una selezione di suoi vestiti, sandali e giochi, per distribuirli alle famiglie del villaggio. Una semplice lezione anche per lei.

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L’ultima escursione, è a carattere faunistico. Andiamo nel Parco nazionale Jozani Chwaka Bay, un’area protetta abitata da circa 500 red colobus, scimmie dai grandi ciuffi spettinati. Ce ne sono due tipi, quelle nere più timide, e quelle rosse, curiose e più estroverse, facilmente avvistabili appena entrati nella foresta. Ci seguono senza sottrarsi, tra un balzo e l’altro, la nana resta ipnotizzata da una mamma col suo cucciolo… altro che circhi e zoo e Piero Angela, qui vedi la natura nel suo splendore. Sulla via del rientro visitiamo una delle tante scuole, una lunga struttura fatta solo di muri e lamiere, unico arredo i banchi e la lavagna. Ci accoglie il direttore che ci spiega come qui il tasso di scolarizzazione sia alto, i bambini dopo l’asilo studiano dai 7 ai 17 anni e proseguono poi all’università, ogni anno fanno l’esame per accedere al successivo, studiano swahili, inglese e arabo. Ogni aula 60-70 bimbi, a turni alternati mattina o pomeriggio, per un totale di 2.400 alunni. Gulp!

La nostra settimana è già finita, purtroppo. La sensazione al di là di tutto che mi resta in mente è questa. Il tempo in questo angolo di Africa non esiste, non conosce fretta o stress, si prende quello che di buono può offrire il giorno, dal cibo al sole, dall’aria alla poggia; quello che la natura, la Madre Terra può donare. Si vive il presente, il qui ed ora senza ansia per il futuro. E come cantano loro…

Wageni wakaribishwa, Zanzibar yetu hakuna matata

Zanzibar nchi nzuri, hakuna matata.

Stranieri siete i benvenuti, a Zanzibar non c’è alcun problema

Zanzibar è un paese bellissimo, non c’è alcun problema

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